Lessico famigliare

Ho dormito con i miei genitori fino all’età di tredici anni. Mio padre andava a dormire quasi sempre prima di mia madre, perché la mattina si alzava presto per andare a lavorare (tutta la giornata in ginocchio ad incollare pazientemente listelli di parquet nelle case altrui, mentre i proprietari erano in vacanza). Allora, mentre mamma restava seduta in cucina a guardare la tv fino a quando il sonno non sopraggiungeva ad appesantirle le occhiaie, io andavo a sdraiarmi accanto a papà, schiena contro schiena, e lentamente, senza dire una parola, mi addormentavo. Mentre gli occhi mi si facevano pesanti e i piedi si scaldavano, vedevo la luce della cucina filtrare nella stanza proiettando poligoni irregolari d’ombra sulla parete e sullo specchio dell’armadio e sentivo in lontananza la voce di Maurizio Costanzo che bisbigliava qualcosa di incomprensibile ma che suscitava gli applausi della platea del Teatro Parioli. Poi mamma veniva a letto, silenziosamente alzava le coperte, spostava la borsa dell’acqua calda che aveva lasciato un’ora prima a scaldare il suo posto e si sdraiava con un sospiro leggero. A quel punto papà attaccava a russare come un trattore, mamma senza farsi pregare lo chiamava “Mario! Mario!”, finché lui con un grugnito si girava dall’altro lato e il suo respiro si faceva più leggero. Mamma sbuffava, si girava anche lei dall’altro lato e si addormentava. Io, nel dormiveglia, testavo per un attimo quel momento ovattato e sospeso, osservavo la luce dei lampioni che disegnava piccoli occhietti maliziosi sulle tapparelle e mi sdraiavo supino. Attendevo ancora un attimo, auscultavo il silenzio, poi infilavo una mano sotto la schiena di papà e un piede sotto i polpacci di mamma e restavo sdraiato così, come un omino vitruviano, in mezzo alle loro schiene che svettavano a destra e a sinistra come due pareti di un canyon di lenzuola e federe. Appoggiavo la testa prima sul cuscino di mamma, poi su quello di papà, ma ogni volta il movimento mi costringeva a spostare una mano o un piede e tutta la mia complicata postura saltava: allora alla fine mi rassegnavo a dormire con la testa sul materasso, infilata nello spazio tra i due cuscini. Sprofondavo in un attimo in un sonno abissale, e mi pareva quasi di cadere e cadere lentamente nel vuoto, fino a ritornare nella calma amniotica della placenta. Ero nato prematuro, di quasi otto mesi, e ogni sera, dormendo in mezzo a loro, cercavo di recuperare quel mese che avevo perduto per la fretta di nascere. Poi ci avevo preso gusto, tanto che ci ero rimasto fino a tredici anni, quando ormai avevo la peluria sul labbro superiore come i baffi di una carpa e gli occhiali rotondi che preannunciavano la mia futura miopia. Qualche volta, soprattutto d’estate, quando dormire in tre nel lettone diventava asfissiante, mamma aspettava che mi addormentassi e poi mi prendeva in braccio alla sprovvista e mi riportava furtivamente nel mio letto; io, ormai preda del mio sonno infantile, continuavo a dormire senza accorgermi del trasloco. Altre volte, quando papà era particolarmente stanco o aveva mangiato pesante a cena, continuava a russare sonoramente per tutta la notte, qualsiasi posizione assumesse, per quanto mamma lo richiamasse con toni ora sommessi ora decisi, sbuffasse o mormorasse, fischiasse o battesse le mani, e per quanto io infilassi con più forza la mia mano sotto la sua schiena o gli mollassi qualche calcio sui piedi facendo finta di niente. In quelle occasioni mamma si alzava e se ne andava in cucina a mangiare una banana o uno yogurt appoggiata al lavandino alla luce della cappa, e io a malincuore mi trascinavo ciondolante nel mio letto, per ritrovare il mio cuscino fresco e sodo e il pupazzo con le fattezze di coniglio col papillon che mio fratello Nicola mi aveva portato dalla gita di terza media a Parigi. Papà continuava a russare la sua personale sinfonia eroica nella stanza accanto.
Altre volte ancora, quando mamma e papà volevano trovare (l’ho capito solo molto dopo, all’epoca ero sveglio quanto Milù, il cane di Tintin) un po’ di sospirata intimità, mamma si alzava, mi scopriva e, dopo una breve esitazione, (in cui immagino mi guardasse dormire e per un attimo si sentisse in colpa) mi svegliava soavemente, prima chiamandomi piano piano (ma la sua voce, già assai sonora naturalmente, diventava col sonno vibrante e scura come quella di Amanda Lear), poi picchiettando leggermente sulla mia spalla (ma le sue dita, ossute e un po’ storte come le mie, colpivano il mio omero con la stessa insistenza della tortura della goccia cinese). Allora io trasalivo come appena riemerso da una lunga gara di apnea e la guardavo confuso e sbigottito: nella penombra mi sembrava altissima e granitica come una statua, nelle pieghe scultoree della camicia da notte e nei ricci artificiali della permanente, il must della quota femminile della mia famiglia nei primi anni ’90. “Vieni, andiamo nel tuo letto”, mi suggeriva e prendendomi per mano mi portava nella mia stanza. Mentre percorrevo il corridoio e mi stropicciavo gli occhi ancora appiccicati, la luce dell’abat-jour della mia stanza faceva capolino nel corridoio e nella lontananza del dormiveglia, mi sembrava un fantasma giallognolo e stanco, un miraggio sfuocato che mi attendeva alla fine della mia marcia notturna. Entrando nella stanza, lanciavo distrattamente un’occhiata a mio fratello che dormiva placidamente nel suo letto parallelo al mio e perfettamente ortogonale al resto del mobilio (da mia madre ho ereditato la mia visione simmetrica e ortogonale delle cose, la mia passione per le linee rette e squadrate, per le proporzioni e sezioni auree, al limite del disturbo ossessivo-compulsivo). Mentre facevo quei pochi passi che mi separavano dal piumone, mi chiedevo come facesse mio fratello ad essere sempre così buono e tranquillo, il bambino autonomo e indipendente che potevi portare a una cena senza che si infilasse sotto il tavolo a toccare le gambe di tutti o che impazzisse e si mettesse a mordere le guance dei presenti, conosciuti o sconosciuti che fossero (cosa che invece io facevo puntualmente ogni volta che mettevo piede fuori casa). Mentre lasciavo cadere le pantofole dai piedi ciondolanti e mi infilavo nel letto gelido, mi ricordavo che qualche volta mio fratello si era svegliato nel cuore della notte, aveva percorso silenziosamente il corridoio, aveva aperto rumorosamente la porta di casa, svegliando di soprassalto i miei genitori che si erano lanciati al suo inseguimento, lo avevano visto scendere le scale e lo avevano fermato proprio un attimo prima che bussasse alla porta dei miei zii, che all’epoca vivevano al piano di sotto. Il tutto, ovviamente, con la determinazione e la calma di un sonnambulo. Si, mio fratello, buono e perfetto di giorno, era un efferato sonnambulo di notte. E così, con un sorriso compiaciuto, mi coprivo, mi voltavo verso la parete e mi addormentavo, contento di poter condividere con qualcuno il gene del crimine.
La prima volta che ho dormito da solo, dunque, avevo tredici anni. Ero partito per una vacanza studio nel Regno Unito, per la precisione a Reading, nel Berkshire. Ci ero andato soprattutto perché quello era il paese che aveva dato i natali a Kate Winslet, mio mito dell’epoca (e ancora tale). Ci avevano sistemato nel campus dell’università e a ognuno di noi avevano assegnato una stanza singola. La prima notte era stato preso dal panico: dovevo dormire da solo e non sapevo come fare, anzi non sapevo nemmeno da dove cominciare. Così mi accordai col mio migliore amico e decidemmo che avrei trasportato il materasso nella sua stanza. Dopo cena feci la mia telefonata quotidiana a casa e poi mi chiusi in camera, in attesa. Non appena l’orologio del campus rintoccò la mezzanotte, tesi l’orecchio nel corridoio foderato di moquette blu e volantini di feste studentesche e mercatini e restai in attesa: nessuna traccia di Miss Maria Antonietta C., la nostra prof. accompagnatrice. Attraversai furtivamente il corridoio e bussai, il mio amico apparve sulla soglia della sua stanza e uscì accostando silenziosamente la porta. Tornammo insieme alla mia stanza, lui tenne aperta la porta assicurandosi che nessuno ci vedesse, e io trascinai il materasso con tutte le lenzuola, che all’arrivo avevano i bordi di uno strano mélange blu e antracite. Guardai il mio amico, alzai le spalle e dopo due secondi ci mettemmo a saltare da un letto all’altro, finchè non sopraggiunse il sonno. Almeno per lui. Io, nonostante tutti i piani segreti e tutte le grandi manovre, non riuscivo comunque a dormire. Allora mi alzai e mi misi a guardare fuori dalla finestra: la camera dava sul retro dell’edificio, nel grande parco al centro del campus. Due lampioni lanciavano coni di luce bianchissima sullo schermo della nebbia, un vialetto tortuoso partiva dalle porte-finestre del refettorio e si perdeva tra la boscaglia cupa e immobile. Nessun rumore, nessun passante occasionale. La mia testa imbottita di letture pre-adolescenziali su spettri e delitti ci mise un nanosecondo a proiettare una storia macchinosa e un po’ naif su quello sfondo così tipicamente inglese. Appoggiai il mento sulle mani, i gomiti sul davanzale e me ne stetti per una buona mezz’ora a contemplare le mie fantasie che componevano intricate coreografie su Riverside Walk e sparivano nel buio. Poi uno sbadiglio mi colse all’improvviso e, senza rendermene conto, mi ritrovai nel mio letto. Nel giro di cinque minuti, mi addormentai sorridendo.

Elogio della leggerezza

“Fortunato l’uomo che prende / ogni cosa pel buon verso, / e tra i casi e le vicende / da ragion guidar si fa. // Quel che suole altrui far piangere / fia per lui cagion di riso; / e del mondo in mezzo ai turbini / bella calma troverà.”

(Così fan tutte, II, 18)

Tutto quello che leggerete è vero. Per quanto possano essere vere le chiacchiere, le voci di corridoio, i gossip. Storie raccontate da qualcuno che inizia il suo discorso con un “ma non sai che…” o un “mi hanno detto che…”, storie di seconda o terza mano bisbigliate in un orecchio da un amico, carpite per caso tra mille altre chiacchiere durante una serata qualsiasi o urlate attraverso il frastuono indifferente della musica. Storie molto spesso prive di fondamento, ingigantite o inventate di sana pianta, per attirare l’attenzione su di sé o distoglierla da qualcun altro. Storie che non hanno alcun valore scientifico o pretesa esistenziale, dette per il puro piacere del pettegolezzo e della chiacchiera salottiera, dette tanto per dire o per farsi una risata. Su, non fate smorfie di disappunto, non storcete il muso. Siate onesti con me e con voi stessi e ammettete che almeno una volta anche voi avete raccontato una di queste storie o ne siete stati spettatori o addirittura vittime. Nessuno che non sia un eremita o solo un bacchettone può ritenersi escluso. Ammettete che dopotutto è divertente, non siate puritani. Sì, magari non è eticamente o politicamente corretto, ma chi siamo noi per giudicare?

Tutto quello che leggerete, dunque, non ha alcuna pretesa di verità, sia chiaro. È solo che mi piace raccontare delle storie, perlopiù storie che riguardano gli altri (ma molto spesso coinvolgono anche me). Mi piace molto chiacchierare, ancora di più ascoltare e registrare, ma soprattutto mi piace scrivere, manipolare le parole per raccontare queste storie senza senso. Nessuna velleità letteraria, anche se a volte mi lascio un po’ trasportare dai miei studi. Non preoccupatevi, anche se il mio aspetto può sembrare quello di un letterato gobbo, non ho il complesso di Machiavelli, quando la sera mi metto a letto a leggere non indosso abiti paludati e non sfodero la mia faccia più seria per dialogare con i classici. Dalla mia passione per la letteratura ho imparato soprattutto che uno dei valori fondamentali è la leggerezza. Da Boccaccio, da Ariosto, da Da Ponte, dai crepuscolari ho imparato che la leggerezza non è mai superficialità, ma solo disincanto, ironia. Ho imparato che la vita in sé è già abbastanza pesante e che non serve appesantirla ulteriormente con parole di pietra che finirebbero soltanto per affondare. Ho imparato che è meglio prendere la vita per quello che è e farsi una risata, a volte anche osservarla da lontano, con un po’ di distacco e, perchè no, di malinconia. La leggerezza consiste nell’accettare il fatto che sotto la superificie delle cose si nasconde un abisso, che l’esistenza è una vertigine e la sua profondità è quasi sempre insondabile. Anche quando si riesce a raggiungere il fondo delle cose e toccarlo con mano, anche quando si conquistano verità e certezze, difficilmente poi si riesce a raccontarle. Sono troppo difficili da verbalizzare o troppo terribili da diffondere. Ci accontentiamo di conoscerle e di applicarle alla nostra vita. Preferiamo tacere e osservare la vita con il distacco sorridente di chi sa. E se decidiamo di comunicare i nostri segreti agli altri, lo facciamo nel modo più sereno e indolore possibile: scegliamo parole leggere, fatte d’aria, scegliamo storie semplici, alle volte banali o del tutto inutili. Scegliamo soprattutto le storie che parlano di sentimenti, le tanto celebrate storie d’amore, perchè sono le migliori in fatto di leggerezza. Da una delle mie opere preferite, Così fan tutte di Mozart, che non a caso porta il sottotitolo La scuola degli amanti, quasi fosse un manuale per amanti giovani e saggi, ho imparato che dall’esterno tutte le storie ci sembrano uguali, ci sembrano addirittura perfette, ma sotto la glassa nascondono spesso parole taciute, sentimenti inconfessati, desideri nascosti e appena presentiti, ma mai svelati. Sotto la superficie limpida di un amore si nasconde spesso l’opacità delle passioni e l’obliquità delle parole. Niente è davvero semplice. Eppure l’amore mantiene sempre il suo aspetto più fresco e leggero, la sua apparenza più alata e aerea.

Noi tenteremo di tuffarci quanto più a fondo nell’abisso, ma ci accontenteremo di restare in superficie e di raccontare queste storie con parole leggere e alate. Dopotutto la vita è difficile da raccontare perchè, come scriveva Pirandello, “la vita non conclude”. Allora racconteremo senza pretendere di essere completi e realistici, senza seguire un ordine logico o cronologico, ma soltanto attraverso piccole scene, dialoghi, frammenti, ricordi, sogni e speranze. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistenti è da considerarsi puramente intenzionale.

Prologo di piccola taglia

a Viola, Maia e Ares.

“Mantengo sempre la mia forma a pera come tu quella di cane di piccola taglia con il ventre espanso a botolo. Siamo belli come era bello lo Spuntì negli anni ’90.”

Una classica conversazione tra due amici lontani. Una classica frase sgangherata e non-sense in cui si racchiude il senso di un’amicizia altrettanto sgangherata e non-sense. Tenerezza, ironia, stima e leggerezza. Una frase che racchiude qualcosa di più: da quando l’ho letta, ho capito che mi avrebbe seguito per molto tempo ancora, perché in essa appare l’esatta immagine di come mi vedono gli altri e soprattutto di come mi vedo io. In essa c’è la rappresentazione del mio rapporto con me stesso e con gli altri e quasi uno strumento per misurare i miei progressi nella costruzione di un’identità e di un’autostima. Quanto più il cane di piccola taglia acquista sicurezza e fiducia, tanto più il suo ventre si rilassa e si espande a botolo. Quanto più il piccolo cane si sente compreso e amato, tanto più si vede come un cane grande e forte. Anch’io sono un po’ così, anch’io sono un piccolo cane tenero e insicuro, che gioca, corre, si spalma a terra sotto il sole e si lecca le palle quando nessuno lo guarda. Anch’io sento il bisogno di tornare alla mia cuccia la sera e addormentarmi mentre annuso la mano di qualcuno che mi accarezza, anch’io faccio le feste quando qualcuno torna a casa e abbaio furiosamente quando qualcuno entra nel mio territorio. Anch’io sono fedele, buffo e un po’ tonto. Ma soprattutto anch’io sono ingenuamente dipendente dagli altri e ciecamente fiducioso nella bontà degli estranei. Al momento, insomma, mi sento ancora un cane di piccola taglia, ma sto imparando a crescere. Le parole che seguiranno nelle prossime settimane tenteranno di raccontare la mia storia e di seguire i passi avanti in questo percorso e nello stesso tempo spero mi spingeranno a camminare più veloce.